
Secondo le ultime rilevazioni di Nomisma, 1,5 milioni di famiglie vivono oggi in una condizione di grave disagio abitativo.
Il dato allarmante non riguarda solo le fasce di povertà estrema, ma erode progressivamente il ceto medio, ovvero nuclei monoreddito, single e giovani professionisti che, pur lavorando, si scontrano con la barriera della sostenibilità economica delle spese relative alla casa.
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Famiglie CoinvolteTotale Nuclei1,5 MlnStato: Acuto o grave
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Soglia CriticaIncidenza Spese>30%Parametro: Reddito lordo
Non si tratta più soltanto di una questione sociale, ma di un nodo economico cruciale che minaccia l’attrattività dei distretti produttivi e delle aree metropolitane.
Quando il costo dell’abitare supera il 30% del reddito disponibile (soglia critica di sostenibilità), il territorio perde la sua capacità di attrarre talenti e risorse umane, mettendo a rischio anche il tessuto imprenditoriale locale.
La fotografia del disagio:
Il fenomeno, acuito dalla chiusura del fondo Gescal (acronimo di Gestione Case per i Lavoratori, fondo pubblico italiano operativo dal 1963 fino alla fine degli anni ’90, destinato alla costruzione di edilizia residenziale pubblica) e dalla frammentazione delle competenze regionali iniziata a fine anni Novanta, presenta oggi numeri che impongono una riflessione immediata.
La proprietà immobiliare, storico pilastro del risparmio in Italia, lascia il passo a una necessità di locazione che il mercato non riesce a soddisfare.
Ecco la ripartizione esatta delle famiglie italiane in base alla sostenibilità del canone o della rata del mutuo rispetto al reddito:
| Livello di Disagio | Quota Famiglie (%) | Descrizione Sintetica |
|---|---|---|
| Disagio Acuto | 2,7% | Emergenza immediata |
| Disagio Grave | 3,1% | Sostenibilità compromessa |
| Disagio Lieve | 9,7% | Rischio scivolamento |
| Disagio Assente | 84,5% | Carico sostenibile (<30%) |
È fondamentale notare che il 15,5% totale delle famiglie italiane si trova sopra la soglia di allerta.
Il paradosso della locazione: domanda in crescita e offerta congelata
Il 78% delle famiglie in situazione di disagio, vive in affitto.
La scarsità di offerta, combinata con l’inflazione e la stagnazione dei salari reali, ha generato un aumento dei canoni del +3,5% su base tendenziale.
Il dato diventa drammatico se si analizza il segmento studentesco, dove i canoni hanno registrato un picco del +9,5%, rendendo le città universitarie inaccessibili per molte famiglie.
Aree dove l’incidenza del canone supera il 30% del reddito
- Sud e Isole
Incidenza critica: 41% - Grandi Comuni (>200.000 abitanti)
Incidenza critica: 38% - Centro Italia
Incidenza critica: 34% - Nord-Ovest
Incidenza critica: 31%
Perché 4,5 milioni di case restano vuote?
Nonostante la “fame” di abitazioni, in Italia si contano circa 4,5 milioni di immobili vuoti o sottoutilizzati. Perché non vengono immessi sul mercato?
La risposta risiede nella percezione del rischio da parte dei proprietari.
Timori legati alla morosità, ai danni all’immobile e all’incertezza dei tempi di rientro in possesso, hanno drasticamente ridotto la propensione alla locazione tradizionale a lungo termine (4+4).
Solo il 10,5% dei proprietari, infatti, prevede oggi di affittare con canali tradizionali, preferendo spesso lasciare l’immobile sfitto o rivolgersi al mercato degli affitti brevi turistici, percepiti come più sicuri e redditizi.
La soluzione strategica: verso un nuovo piano casa
In attesa del nuovo Piano Casa nazionale, l’analisi strategica suggerisce che i sussidi a pioggia (come i fondi per la morosità incolpevole, ormai esauriti) non sono risolutivi.
Serve un approccio strutturale che renda conveniente per il privato investire nel sociale.
L’obiettivo è sbloccare lo stock immobiliare esistente e incentivare il Social Housing, affinché un operatore privato trovi vantaggioso proporre canoni calmierati, è necessario attivare leve finanziarie e fiscali specifiche.
1. Incentivi fiscali e leve finanziarie
Per attrarre capitali privati nel settore dell’housing sociale, le best practice indicano tre direttrici:
- Abbattimento dei costi: riduzione dell’IVA, esenzioni IMU e contributi a fondo perduto per ristrutturazioni mirate.
- Finanza agevolata: accesso facilitato a fondi PNRR, programmi regionali e veicoli di investimento dedicati (es. fondi CDP Investimenti SGR).
- Fiscalità urbanistica: riduzione o esenzione dagli oneri di urbanizzazione per i progetti destinati alla locazione sostenibile.
2. Strumenti urbanistici abilitanti
Le amministrazioni locali giocano un ruolo chiave nel rendere i progetti realizzabili attraverso:
- Premialità volumetriche: concessione di metri quadri aggiuntivi rispetto al PRG se una quota è destinata all’ERS.
- Flessibilità d’uso: cambi di destinazione d’uso semplificati per il recupero di immobili terziari dismessi.
- Corsie preferenziali: iter autorizzativi accelerati per ridurre il time-to-market dei progetti sociali.
3. Modelli di gestione “De-Risking”
Per convincere i proprietari a tornare sul mercato, servono modelli che riducano il rischio operativo:
- Canoni garantiti: convenzioni comunali che assicurano flussi di cassa stabili.
- Intermediazione sociale: affidamento della gestione a Enti Terzi o Cooperative Sociali che si occupano della selezione dell’inquilino, della riscossione e della manutenzione, azzerando l’alea per il proprietario.
Conclusioni: l’alleanza necessaria
Come sottolineato da Elena Molignoni di Nomisma, il problema non è più rinviabile.
Con 2 famiglie su 3 che ritengono il proprio reddito appena sufficiente per le necessità primarie, la casa rischia di trasformarsi da diritto fondamentale a lusso inaccessibile.
La soluzione potrebbe risiedere in una partnership pubblico-privato evoluta, nella quale il pubblico garantisca la sostenibilità economica attraverso incentivi e garanzie e il privato (profit e non profit) apporti capitali e capacità gestionale.
Solo costruendo un ecosistema in cui la “socialità” non compromette la redditività, sarà possibile rispondere alla domanda di quella “fascia grigia” di popolazione oggi esclusa dal mercato.
Fonte: Nomisma – 3 febbraio 2026