Patrimonio abitativo: quasi il 74% delle famiglie italiane vive in case di proprietà, il 20% in affitto

Patrimonio abitativo: quasi il 74% delle famiglie italiane vive in case di proprietà, il 20% in affitto

Il mercato immobiliare e la demografia abitativa italiana attraversano una fase di consolidamento post-pandemico.
Tra il 2021 e il 2023, secondo la recente pubblicazione ISTAT, il patrimonio abitativo nazionale ha superato i 35,6 milioni di unità (35.610.473), segnando un incremento dell’+1,0%, e una crescita dell’+1,4% di quelle occupate da residenti:

Case abitate da Residenti
26 MILIONI
Pari al 73,2% dell’intero patrimonio abitativo nazionale

Questo trend si associa ad una pressione abitativa che non si distribuisce uniformemente sul territorio, ma che accentua il divario tra i grandi poli urbani attrattivi saturi e le aree interne o meridionali, soggette a spopolamento.

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Durata 4m 57s 12 Febbraio 2026
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Distribuzione geografica dello stock abitativo:

La ripartizione del patrimonio immobiliare riflette la densità economica e demografica del Paese, con una forte concentrazione nel settentrione:

Ripartizione Geografica Stock abitativo Trend utilizzo
Nord Italia 16,5 Milioni Alta Densità
Centro Italia 6,7 Milioni Stabile
Sud Italia 8,1 Milioni Discontinuo
Isole 4,2 Milioni Bassa Densità
TOTALE ITALIA 35,6 Milioni Occupazione 73%

Mentre il 73,2% del patrimonio nazionale risulta occupato (26.051.682 case), il restante stock (9.558.791 abitazioni) rimane non occupato o destinato a non residenti, un dato rimasto sostanzialmente stabile rispetto alla rilevazione precedente.

L’analisi dei dati rivela due velocità nel godimento del bene casa, con una quota di quelle abitate che superano la media nazionale nel Nord e nel Centro Italia.
In queste aree, specialmente nel Centro-Nord, si osserva una riduzione delle case vuote: è il segnale di un mercato immobiliare liquido, dove la domanda assorbe efficacemente l’offerta.

Analisi delle Cause Strutturali:Al contrario, nel Sud e nelle Isole si registra una lieve crescita delle abitazioni non occupate. Le cause sono strutturali e demografiche:

  • Ripresa delle migrazioni: la forza lavoro riprende a spostarsi verso il Nord o l’estero, lasciando immobili vuoti.
  • Seconde case: una forte incidenza di immobili a uso turistico o non continuativo che gonfia lo stock disponibile ma non quello residenziale.

L’impatto dell’urbanizzazione:

Il grado di urbanizzazione è il vero discriminante per l’occupazione immobiliare, con una correlazione diretta tra densità abitativa e utilizzo dello stock:

  • Città: 84,5% di tasso di occupazione.
  • Pianura: quasi 82%.
  • Zone rurali: crolla al 55,0%.
  • Montagna interna: minimo storico al 53,1%.

Le regioni “locomotiva” per l’utilizzo del patrimonio edilizio sono Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
All’opposto, Abruzzo, Calabria e Molise mostrano le quote più contenute, con la Valle d’Aosta che conferma il primato di abitazioni non occupate (dovuto alla prevalenza di case vacanza).

Titolo di godimento: l’Italia resta un popolo di proprietari?

Nonostante i mutamenti socio-economici, secondo il Censimento permanente 2023 la proprietà immobiliare rimane il pilastro delle famiglie italiane, sebbene con differenze territoriali marcate:

Ripartizione nazionale per titoli di godimento:

  • Proprietà: 73,9% delle famiglie vive in casa propria.
  • Affitto: 19,6% delle famiglie.
  • Altro titolo: 6,5% (uso gratuito o altre forme).

Il tasso di proprietà tocca i massimi nelle Isole e nel Nord-est (74,9%), aree dove l’acquisto è culturalmente radicato o i costi sono più accessibili rispetto al reddito. Il valore più basso si registra al Sud (72,4%).
Interessante notare come il Nord-ovest (trainato verosimilmente dall’area metropolitana di Milano e Torino) presenti la quota più alta di famiglie in affitto (21,6%), sintomo di una maggiore mobilità lavorativa e di barriere all’ingresso per l’acquisto più alte.

Indice ISAC: focus sulla qualità abitativa

L’ISTAT introduce un parametro cruciale per valutare la qualità della vita: l’Indice di Superficie Abitativa Critica (ISAC).
Questo indicatore identifica le situazioni di disagio in cui famiglie, di almeno 4 componenti, dispongono di una metratura insufficiente (inferiore al quinto percentile nazionale).

Nel 2023, la superficie media delle case occupate risultava essere di 101,3 mq, ma la media nasconde profondi disagi localizzati:

Abitazioni in Disagio Critico
1%
Coinvolge oltre 268.000 abitazioni e circa 1.367.000 persone

Nelle aree urbane la superficie media scende a 93,5 mq e l’indice di affollamento sale all’1,3% (coinvolgendo 628mila persone).
Nelle aree rurali, invece, le case sono più grandi (110,0 mq) e il disagio risultava essere minimo (0,7%).

La mappa del disagio abitativo:

Il sovraffollamento non colpisce solo le grandi metropoli del Nord, ma presenta picchi preoccupanti al Centro-Sud:

  • Campania: maglia nera con un valore ISAC di quasi 1,8%.
  • Lazio e Sicilia: valori prossimi all’1,4%.
  • Toscana e Trentino-Alto Adige: circa 1,1%.

Al contrario, regioni come Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Molise vantano le condizioni migliori, con indici di disagio tra lo 0,3% e lo 0,6%.
Questo dato evidenzia come, in regioni come il Lazio (trainato da Roma), l’alta occupazione immobiliare corrisponda spesso a una minore qualità abitativa in termini di spazio pro capite.

La coabitazione (più nuclei familiari sotto lo stesso tetto) è un fenomeno che riguarda 322.000 abitazioni e quasi 700.000 famiglie.
È un indicatore ibrido che può segnalare solidarietà familiare o necessità economica:

Macroarea Quota coabitazioni Unità Abitative
Centro e Nord-ovest 24% ~77.000
Sud Italia 22% > 70.000
Nord-est 17,4% ~56.000
Isole 12% ~41.000

Nota: I dati si riferiscono alle sole abitazioni occupate da famiglie coabitanti residenti (Fonte: Istat 2023).

Differenze Territoriali: Sud vs NordNel Mezzogiorno prevale la coabitazione di famiglie pluricomponenti (non necessariamente straniere) e il 31% del totale nazionale di questa tipologia si trova al Sud.
In quest’area, e nelle Isole, le famiglie numerose occupano rispettivamente il 33,5% e il 27,1% delle case condivise (contro il 20% del Centro-Nord), suggerendo un modello di coabitazione legato più a fattori sociali tradizionali o di welfare familiare che non alla sola presenza di immigrati.

Il fattore stranieri e il “caro città”:

La coabitazione assume connotati diversi a seconda della nazionalità e del contesto urbano.
Le abitazioni condivise da sole famiglie straniere rappresentano il 10,6% del totale (poco più di 34.000), ma la loro concentrazione svela dinamiche di mercato precise:

  • Grandi città: oltre il 50% delle coabitazioni di soli stranieri avviene nei grandi centri urbani. Qui i costi immobiliari elevati rendono la condivisione una scelta obbligata.
  • Pianura: il 57% di queste coabitazioni si trova in comuni di pianura, spesso legati ai distretti produttivi.

Classifica regionale della coabitazione:

Rispetto al totale delle case occupate, l’incidenza della coabitazione vede in testa Lazio, Sardegna, Campania e Sicilia, seguite da Umbria e Toscana.
Le regioni con la minore incidenza di case condivise sono Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige, confermando una correlazione tra benessere economico diffuso e autonomia abitativa.

L’Italia tra saturazione urbana e desertificazione rurale:

I dati dell’ultimo biennio delineano un paradosso strutturale: possediamo un patrimonio di oltre 35,6 milioni di unità, eppure la “fame di casa” nelle aree produttive non è mai stata così alta.
L’incremento dell’occupazione abitativa al +1,4% (nel decennio 2011-2021 l’incremento era risultato essere del +6,4%) non indica necessariamente un aumento demografico, quanto una frammentazione dei nuclei familiari e un accentramento massiccio verso i distretti della logistica e del terziario.

Il Caso Roma e il Centro ItaliaIn regioni come il Lazio, trainato dalla Capitale, assistiamo a un fenomeno di “efficientamento forzato”.
Se da un lato il Centro Italia mostra tassi di occupazione tra i più alti (superando la media nazionale), dall’altro questo dinamismo si scontra con una qualità abitativa in calo.
La pressione su Roma genera un effetto di rimbalzo: le abitazioni vengono assorbite immediatamente dal mercato, ma a scapito della metratura disponibile per componente, portando il disagio abitativo (ISAC) a sfiorare l’1,4%.

Il vero segnale d’allarme editoriale risiede nel divario di efficienza tra Nord-Centro e Sud.
Mentre al Settentrione lo stock abitativo viene “spremuto” per rispondere alla domanda lavorativa, al Sud e nelle Isole l’aumento delle case non occupate racconta una storia di migrazioni interne irrisolte.
Non mancano le case, mancano le ragioni economiche per abitarle stabilmente.

La crescita delle coabitazioni (oltre 322mila unità) non va letta solo come un fenomeno antropologico, perché nelle grandi città, la condivisione dello spazio tra più nuclei familiari (stranieri e non) è la probabile risposta spontanea all’insostenibilità dei canoni di locazione.
È una “resilienza economica” che nasconde una fragilità: il mercato dell’affitto sta espellendo i redditi medi dalle zone centrali, costringendoli a modelli di convivenza che fino a un decennio fa erano considerati transitori e che oggi diventano strutturali.

Prospettive strategiche:

Il messaggio è chiaro: il valore non risiede più nella costruzione di nuovo volume (lo stock è già immenso), ma nella rigenerazione e ridistribuzione.
La sfida dei prossimi anni sarà decongestionare le aree a “superficie critica” (come la Campania e il Lazio) rendendo nuovamente attrattive le zone rurali e collinari, oggi ferme a un tasso di occupazione del 55%, un potenziale economico enorme che altrimenti rischia di trasformarsi in un onere manutentivo nazionale.

Fonte: ISTAT – 11 gennaio 2026

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