
L’analisi dei dati registrati all’interno del SIAPE, il Sistema Informativo sugli Attestati di Prestazione Energetica, offre una fotografia fedele e dettagliata dello stato di salute energetico del patrimonio edilizio italiano.
Il quadro generale, basato su un campione di quasi 7,6 milioni di attestati (APE) registrati a settembre 2025, è ovviamente dominato dall’edilizia residenziale, che rappresenta l’87,5% del campione analizzato.
Focalizzando l’attenzione sulle sole abitazioni utilizzate ad uso continuativo, emerge un quadro critico che evidenzia un patrimonio edilizio che si conferma essere datato ed energivoro, con oltre la metà di questo (il 51,8%) posizionato nelle classi energetiche più inquinanti (F e G).
Una situazione aggravata da una concentrazione geografica che vede il 61,8% di questi immobili residenziali, collocati nella zona climatica E, quella con il fabbisogno termico più elevato d’Italia.
Cos’è il SIAPE e perché è uno strumento strategico?
Il SIAPE rappresenta la banca dati nazionale, di riferimento per la mappatura dello stato di salute energetico degli immobili in Italia.
Sviluppato e gestito da ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove Tecnologie, l’Energia e lo Sviluppo Economico Sostenibile), questo strumento nasce con l’obiettivo di monitorare e delineare lo stato della riqualificazione energetica del patrimonio edilizio nazionale.
Raccoglie e uniforma i dati trasmessi dalle Regioni e dalle Province Autonome, che a loro volta li ricevono dai certificatori energetici abilitati su tutto il territorio.
Un rilevante flusso di informazioni che include non solo le comuni transazioni sul mercato (come compravendite e nuove locazioni), ma anche la creazione di nuovo patrimonio (nuove costruzioni), gli interventi di miglioramento (riqualificazioni energetiche) e, in modo particolarmente significativo negli ultimi anni, le pratiche per l’accesso agli incentivi fiscali per l’efficientamento.
La sua funzione non è puramente statistica, perché il SIAPE è uno strumento strategico a supporto delle politiche nazionali di efficientamento, fondamentale per orientare gli incentivi, valutare l’impatto delle misure già adottate e guidare il Paese verso gli obiettivi di decarbonizzazione imposti dalle direttive europee.
Cosa sono le “zone climatiche”?
Le zone climatiche sono una classificazione che suddivide tutti i comuni italiani in sei diverse fasce (dalla A alla F) in base alle loro esigenze medie di riscaldamento durante la stagione invernale.
Il criterio utilizzato per questa suddivisione è quello dei gradi giorno (GG), un’unità di misura che calcola il fabbisogno termico di un edificio per mantenere una temperatura confortevole. Più alto è il valore dei gradi giorno, più freddo è il clima e conseguentemente maggiore la necessità di riscaldamento.
La classificazione va dalla Zona A, che include le aree più calde con il minor fabbisogno energetico (es. Lampedusa), fino alla Zona F, che comprende i comuni più freddi e con il maggior fabbisogno (es. le località alpine).
Questa suddivisione non è solo statistica, ma ha un impatto concreto sulla vita quotidiana. È infatti in base alla zona climatica di appartenenza, per esempio, che vengono stabiliti i periodi dell’anno e il numero massimo di ore giornaliere in cui è consentito accendere gli impianti di riscaldamento.
L’anno di costruzione e l’efficienza energetica:
La criticità principale del patrimonio abitativo italiano, risiede nella sua anzianità.
L’analisi per anno di costruzione dimostra una (ovvia) correlazione diretta e inconfutabile tra l’età di un edificio e la sua performance energetica, creando un divario abissale tra il patrimonio storico e quello di nuova generazione:
- Immobili ante-1972: quasi il 70% delle abitazioni costruite prima del 1945 si trova nelle classi F o G. La situazione migliora solo marginalmente per il periodo del boom economico (1945-1972), dove la quota di F e G resta a un allarmante 61,6%.
- La svolta normativa (2006-2015): con l’introduzione di normative più stringenti, la tendenza si inverte. Le classi F e G diventano minoritarie (13,4%) e le classi A iniziano a essere significative (24,4%).
- L’era NZEB (dopo il 2015): per le costruzioni più recenti, il quadro è completamente ribaltato. Le classi F e G sono quasi scomparse (5,6%), mentre quasi tre quarti delle nuove abitazioni (il 73,6%) raggiungono i più alti standard di efficienza (classi A).
La Pagella energetica del patrimonio abitativo:
Prima di analizzare le differenze interne al settore, è fondamentale delineare il quadro generale del patrimonio residenziale italiano.
L’analisi complessiva degli oltre 6,6 milioni di APE residenziali rivela una situazione critica, con una forte concentrazione di immobili nelle fasce di efficienza più basse:
- Classi F e G: rappresentano insieme la maggioranza assoluta con il 52,1% del totale (rispettivamente 22,9% e 29,2%).
- Classi D ed E: costituiscono un ulteriore 27,1% del parco immobiliare.
- Classi B e C: la fascia intermedia si ferma al 9,1% del totale.
- Classi A: le abitazioni ad alta efficienza rappresentano ancora una nicchia, raggiungendo complessivamente solo l’11,9%:
- Classe A4: 4,3%
- Classe A3: 2,1%
- Classe A2: 2,5%
- Classe A1: 3,0%
Questa distribuzione evidenzia una vulnerabilità strutturale del patrimonio abitativo nazionale, definendo una chiara e improrogabile priorità per le politiche energetiche del Paese.
La criticità delle abitazioni principali:
Focalizzando l’analisi sulle case adibite a residenza con carattere continuativo, che rappresentano il cuore del patrimonio abitativo (oltre 6,4 milioni di APE), emerge un quadro di efficienza ancora molto basso.
La maggioranza di queste case si colloca nelle classi energetiche più inquinanti.
Ecco la ripartizione dettagliata che evidenzia una netta polarizzazione verso il basso:
- Classi F e G: rappresentano insieme la maggioranza assoluta con il 51,8% del totale (rispettivamente 23,0% e 28,8%).
- Classi D ed E: costituiscono un ulteriore 27,3% del parco immobiliare.
- Classi B e C: la fascia intermedia della sufficienza energetica si ferma al 9,9% del totale.
- Classi A: le abitazioni principali ad alta efficienza rappresentano ancora una nicchia, raggiungendo complessivamente solo l’11,2% del campione:
- Classe A4: 4,4%
- Classe A3: 2,2%
- Classe A2: 2,6%
- Classe A1: 2,0%
Un quadro che non solo descrive un patrimonio edilizio obsoleto, ma che si traduce direttamente in costi energetici elevati per le famiglie e in un significativo impatto ambientale per il Paese.
L’impatto degli incentivi, dal 2019 ad oggi:
Se il quadro generale è statico e appesantito dal passato, l’analisi delle certificazioni emesse anno per anno rivela un trend dinamico e positivo, innescato dalle recenti politiche di incentivazione.
Il confronto tra il periodo pre e post-Superbonus, infatti, mostra un cambiamento radicale:
- Crollo delle classi più energivore: la quota di nuovi APE emessi per immobili in classe F o G è passata dal 58% nel 2019 al 46,9% nel 2023, un calo di oltre 11 punti percentuali.
- Raddoppio delle classi migliori: nello stesso periodo, la quota di immobili certificati in una delle classi A, è quasi raddoppiata, passando dall’8,6% nel 2019 al 16,3% nel 2023.
Questi dati dimostrano che, quando stimolata, la riqualificazione produce risultati tangibili e sposta significativamente il mercato verso una maggiore efficienza.
La riqualificazione energetica:
Cosa è successo, in pratica, nelle abitazione che sono state riqualificate?
I dati del campione di oltre 366.000 APE registrati nel SIAPE con la motivazione “Riqualificazione Energetica”, forniscono una risposta inequivocabile: la trasformazione è stata profonda.
La distribuzione delle classi energetiche di questo campione, è l’immagine speculare della situazione complessiva:
- Crollo delle classi F e G: le due classi peggiori, che rappresentano oltre la metà del patrimonio nazionale, si fermano ad appena il 14,1% complessivo (8,9% in F e 5,2% in G).
- Boom delle classi A: un terzo di tutte le case riqualificate (il 33,6%) ottiene una classe A, il più alto standard di efficienza.
- Consumi ridotti: il consumo medio di un’abitazione riqualificata scende a 115,6 kWh/m² anno, un valore drasticamente inferiore rispetto alla media nazionale di 186,1 kWh/m² anno delle abitazioni principali.
Questi numeri sono la prova concreta che investire nell’efficientamento energetico non solo è possibile, ma auspicabile.
Il divario energetico tra le Regioni:
L’analisi territoriale conferma l’esistenza di almeno tre Italie, dal punto di vista dell’efficienza energetica.
Sebbene i dati regionali non siano disponibili disaggregati per il solo settore residenziale, la schiacciante prevalenza di abitazioni nel campione (quasi il 90%) rende l’analisi complessiva altamente rappresentativa.
Emerge, quindi, un quadro complesso, che smentisce un semplice divario Nord-Sud:
- I Benchmark dell’eccellenza: le Province Autonome di Trento e Bolzano e la Valle d’Aosta si confermano i modelli più virtuosi. Qui, la percentuale di edifici nelle classi F e G è drasticamente più bassa della media nazionale (stimabile tra il 22% e il 30%), mentre la quota di classi A supera spesso il 25%.
- Il “grande Centro”, a basse prestazioni: un vasto gruppo di regioni, dal Piemonte alla Liguria, fino a tutto il Centro-Sud, mostra le performance peggiori. La Liguria spicca in negativo con la più alta quota di classi F e G (stimabile intorno al 58%). Regioni come Toscana, Sicilia e Puglia si posizionano su livelli molto critici, con una quota di edifici nelle classi più basse che supera il 50%. Anche il Lazio si colloca in questa fascia critica, con una percentuale di immobili nelle classi più basse stimabile tra il 45% e il 50%, caratterizzata da un patrimonio edilizio obsoleto e con un’alta percentuale di immobili nelle classi più inquinanti.
- Il Nord industriale, tra luci e ombre: Regioni come Lombardia e Veneto presentano una situazione migliore rispetto alla media del Paese (con le classi F e G intorno al 40-45%), ma la vastità del loro patrimonio edilizio rende questo numero un problema di scala nazionale.
Il profondo divario delle seconde case:
Un’ulteriore analisi rivela una criticità specifica nel patrimonio a uso discontinuo.
Emerge un divario netto, che identifica nelle seconde case un segmento edilizio particolarmente obsoleto e inefficiente:
- Efficienza energetica: ben il 70,8% delle seconde case si trova nelle classi F e G, una percentuale di quasi 20 punti superiore rispetto al 51,8% delle abitazioni principali.
- Consumi ed emissioni: di conseguenza, un’abitazione a uso saltuario consuma in media 236,7 kWh/m² anno ed emette 49,1 kgCO₂/m² anno, valori nettamente superiori a quelli di un’abitazione principale (184,6 kWh/m² anno e 37,1 kgCO₂/m² anno).
Questo dato evidenzia, quindi, come il patrimonio immobiliare a uso saltuario, spesso più datato e meno soggetto a interventi di riqualificazione, rappresenti una delle sfide più complesse e al contempo una delle maggiori opportunità per l’efficientamento energetico su larga scala.
Problemi certi, soluzioni incerte:
In conclusione, l’analisi approfondita dei dati SIAPE delinea i contorni di un patrimonio abitativo datato e inefficiente, che richiederebbe interventi adeguati.
La sfida per l’Italia sarà quella di trasformare la consapevolezza del problema in un’azione di sistema che, tuttavia, dovrà tenere conto delle comprensibili difficoltà economiche dei singoli proprietari.
Al di là della volontà individuale, infatti, la sostenibilità di un investimento così oneroso richiede un supporto strutturato.
In quest’ottica, eventuali provvedimenti europei potrebbero rappresentare un tassello fondamentale, auspicato non solo per definire gli obiettivi, bensì per fornire gli strumenti finanziari che possano facilitare l’implementazione pratica di interventi necessari.
Garantendo che il percorso verso la sostenibilità sia un’opportunità accessibile a molti e non un onere accessibile a pochi.
Fonte: SIAPE – elaborazioni di DELLE VITTORIE House Trading
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