L’uso dell’AI in Italia, tra potenzialità di crescita economica individuale e disuguaglianze

Chi usa l’AI in Italia? I dati rivelano potenzialità di crescita economica e disuguaglianze

Da quando strumenti come ChatGPT, Gemini o Copilot sono diventati di uso comune, l’intelligenza artificiale generativa è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico.
Ma al di là delle opinioni, cosa dicono i dati sul suo reale utilizzo nel nostro paese? Chi la sta usando, per quali scopi e, soprattutto, con quali benefici concreti?

A fare luce su questi interrogativi è una nuova ricerca pubblicata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), rivelando un quadro più complesso e sorprendente di quanto si possa immaginare.

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Chi usa l’IA guadagna di più!

Da questo studio emerge un’Italia a due velocità, dove l’IA risulta essere un’opportunità di crescita economica ma anche un potenziale amplificatore di disuguaglianze.
La scoperta più significativa riguarda l’impatto economico diretto per chi adotta queste tecnologie, con un aumento del reddito individuale stimato tra il +1.8% e il +2.2%, a parità di altri fattori.

Per dare un’idea della portata di questo beneficio, i ricercatori lo paragonano al ritorno economico di sei mesi di istruzione aggiuntiva.
Questo dato sposta la percezione dell’IA, da semplice strumento di produttività a una vera e propria leva per ottenere un vantaggio economico personale.

L’identikit dell’utente tipo e il nuovo digital divide:

L’adozione dell’IA nel nostro Paese non è affatto uniforme.
I dati, infatti, delineano un “digital divide” molto chiaro, basato su genere, età e livello di istruzione, con l’utente tipo che tende ad essere uomo, giovane e con un’istruzione universitaria.

I dati, inoltre, evidenziano tre principali fattori di disparità:

  • Genere: si registra un marcato gender gap. A parità di consapevolezza dello strumento, gli uomini mostrano una probabilità di utilizzo superiore di circa il +7% rispetto alle donne. Inoltre, i ritorni economici sembrano essere maggiori per gli uomini, col rischio di ampliare il divario salariale esistente.
  • Età: il divario generazionale è ancora più profondo. I giovani tra i 18 e i 34 anni hanno una probabilità di utilizzo superiore del +30% rispetto agli over 65. Sebbene la conoscenza dell’esistenza dell’IA sia diffusa anche tra i più anziani, l’uso pratico crolla con l’avanzare dell’età.
  • Istruzione: il possesso di una laurea si conferma un fattore determinante, aumentando significativamente sia la probabilità di conoscere l’IA sia quella di utilizzarla attivamente.

Lo studio ha analizzato anche le intenzioni di utilizzo futuro, rivelando una netta preferenza per alcuni ambiti e una forte cautela verso altri.
Gli italiani vedono il potenziale maggiore dell’intelligenza artificiale nei campi dell’istruzione e formazione e del tempo libero, come la creazione di contenuti o l’intrattenimento.

Al contrario, emerge una profonda diffidenza verso l’impiego dell’IA in settori critici.
Pochissimi intervistati, infatti, prevedono di affidarsi a un’intelligenza artificiale per ricevere consulenza medica o finanziaria.
Questo indica che l’IA è percepita più come uno strumento per potenziare le capacità umane in contesti creativi ed educativi, piuttosto che come un sostituto per decisioni che richiedono un elevato grado di fiducia e responsabilità.

La trasformazione in atto non è un fenomeno isolato, ma una dinamica economica di importanza storica.
A sottolinearlo è l’assegnazione del Premio Nobel per l’Economia di ottobre 2025 a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt per i loro studi su come l’innovazione tecnologica guidi la crescita.

Le loro teorie sulla “distruzione creativa” — il processo in cui nuove tecnologie soppiantano inevitabilmente le vecchie — forniscono la cornice teorica per comprendere esattamente ciò che i dati sull’IA rivelano oggi:

  • La crescita nasce dalla “distruzione creativa” (Aghion e Howitt): il vero progresso economico non è un processo indolore. Avviene quando una nuova tecnologia, come l’IA, soppianta le vecchie, rendendo obsolete alcune professioni e competenze, ma creandone di nuove e più produttive.
    Questo spiega perfettamente perché i dati italiani mostrano sia un guadagno economico per chi adotta l’IA (la parte “creativa”) sia un divario crescente per chi rimane indietro (la parte “distruttiva”).
  • L’innovazione ha bisogno del giusto contesto sociale (Mokyr): un’invenzione, da sola, non basta. Per trasformarsi in progresso diffuso, ha bisogno di un terreno fertile fatto di istruzione, cultura e istituzioni che ne favoriscano l’adozione.
    Chiarendo che il “digital divide” non dipenda solo dal reddito, ma soprattutto da fattori sociali come età e livello di istruzione.

Il loro lavoro ci insegna, quindi, che l’impatto dirompente dell’intelligenza artificiale non è un’anomalia, ma il motore stesso delle economie moderne, un motore le cui conseguenze sociali ed economiche devono essere governate con lungimiranza.

Uniformare la crescita, per non amplificare le disuguaglianze:

I dati dipingono un quadro a due facce.
Da un lato, l’IA si afferma come una concreta leva di guadagno individuale.
Dall’altro, l’accesso a questa leva è oggi un privilegio per un segmento specifico della popolazione — giovani uomini istruiti — con il rischio concreto di amplificare le disuguaglianze salariali e sociali già esistenti.

L’intelligenza artificiale pone, quindi, di fronte a un bivio: se da un lato offre ritorni economici paragonabili all’istruzione, dall’altro rischia di premiare solo chi è già avvantaggiato.
Il vero divario non è tecnologico, ma di opportunità.

Governare questa transizione significa trasformare questi strumenti in un mezzo di emancipazione collettiva, costruendo una società più equa dove l’innovazione possa essere un patrimonio comune per il futuro.

Fonte: BRI – 10 ottobre 2025

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